Gallerie Civiche di Palazzo Ducale

Il collasso dell’immagine, mostra personale di Enrico Minguzzi

apertura prorogata fino al 26 ottobre

a cura di Francesca Baboni e Stefano Taddei

Enrico Minguzzi: il viandante di fronte al mare della pittura
Fino al ‘500 la pittura di paesaggio è relegata allo sfondo. Il paesaggio compare nel quadro come luogo in cui la scena accade, non come scena in sé. Nella pittura medievale di argomento strettamente religioso il paesaggio circostanzia la storia sacra o accoglie la decorazione allegorica e a tratti balugina in lontananza in episodi realistici ma sempre sussidiari al soggetto dell’opera. Anche i paesaggi senesi del Lorenzetti pur nella loro precisione di dettaglio, funzionano esplicitamente come allegoria, in questo caso del buon o cattivo governo della città: il paesaggio è reale ma rigorosamente antropico. Del resto ancora alle spalle della Monnalisa si distende una campagna che basterebbe artisticamente a sé ma resta allegata alla centralità delle figura, come nella pittura fiamminga la cifra del luogo si sviluppa in continuità con la rappresentazione della comunità, dei suoi costumi e mestieri, connaturata e indistricabile da questi. Bisognerà forse attendere la Tempesta del Giorgione perché lo sfondo avanzi sino al primo piano e si candidi a soggetto dell’opera, dove il lampo nel cielo ottenebrato dialoga alla pari con l’architettura e le figure umane sullo stesso piano indecifrabile: il diramare del fulmine e la bianchezza del seno materno, la probabile sentinella simbolica e le chiome degli alberi gonfie di vento totalizzano il panorama indecifrabile. E non è un caso che il paesaggio sin da questo esordio al primo piano dell’opera si presenti come enigma, in uno dei quadri più misteriosi della storia dell’arte. Il paesaggio è infatti, per eccellenza, un rebus pittorico, la vasta parvenza naturale e muta in cui l’artista indugia ora contemplandola ma restandone escluso ora proiettandole la propria complessità e pulsione ora anagrammandola in presenze segrete, mai conquistandola nella sua imperturbabile astanza e distanza dall’occhio, nella sua eccedenza incolmabile.
Il correlativo storico dei paesaggi collassati di Enrico Minguzzi è dunque il mistero allargato, l’impossibilità di attingere, estinguendola nel compimento artistico, la visione del luogo, la conseguente necessità di problematizzare ciò che lo sguardo non può vedere né trasporre se non come il più frontale e insostenibile fra gli arcani: l’incomprensibile profusione di ciò che vediamo in natura. Quelli di Minguzzi saranno allora paesaggi semplici, siti riconoscibili ed eletti, soprattutto montagne, vallate pedemontane, crinali e ghiacciai, dipinti con un naturalismo sintetico, ma poi lievemente alterati dapprima nei colori: violetto, fucsia, oro, cobalto, alcune gradazioni fluorescenti, poi in improvvise correzioni geometriche del contorno, traiettorie aggiunte a congiungere invisibili punti, come nel gioco in cui la figura appare congiungendo puntini numerati, infine nella lenta nevicata di elementi geometrici, trapezi, triangoli, coriandoli ottici che sfarfallano dall’alto a dichiarare la radicale instabilità della visione.
Losanghe colorate si staccano così sul paesaggio alpino e planano ritmicamente sui prati e gli abeti; retinature violette emergono e geometrizzano il letto di un torrente fra argini di neve sfaldata mentre nel rivolo disgelato si coagula un panetto blu a rombi d’alveare; misurazioni planimetriche affidate a segmenti rettilinei ritagliano e delimitano in tratti fluorescenti porzioni al picco di un monte o al fondo di una vallata; improvvise fosforescenze di punti fucsia luminosi pulsano all’orizzonte di un notturno.
Se dovessimo immaginare il giovane pittore Minguzzi sospinto all’interno di un quadro celebre, sceglieremmo l’opera di Caspar David Friedrich: Der Wanderer über dem Nebelmeer, Il viandante sul mare di nebbia del 1817. Minguzzi potrebbe impersonare la figura che vediamo di spalle, certamente l’artista-viandante di fronte alla rappresentazione esemplare del paesaggio come sito della cancellazione, della pittura come stasi contestata, nel crollo prospettico della vista, ottica, psichica e panoramica.
                                                                                                                                                                                                               Paolo Donini

 

28 settembre/26 ottobre 2014

Ingresso Libero

Orari di visita
sabato domenica e festivi 16.00 – 19.00
martedì e giovedì 15.00 – 18,00
Su richiesta da martedì a sabato 10,00-13,00


Info e Contatti
Gallerie Civiche d’Arte Contemporanea Palazzo Ducale
Via Giardini, 3 - 41026 Pavullo nel Frignano (MO)
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Comunicato stampa

Proprietà dell'articolo
creato:giovedì 25 settembre 2014
modificato:giovedì 16 ottobre 2014