Stagione Culturale ed espositiva 2008

E' stata inaugurata domenica 9 marzo alle ore 11
a Palazzo Ducale di Pavullo nel Frignano (Mo) la mostra:
B u e l l
N o m a n l a n d
Ente organizzatore: Gallerie Civiche di Palazzo Ducale
in collaborazione con le gallerie:

Sede espositiva: Galleria d’Arte Contemporanea di Palazzo Ducale
via Giardini n. 3 – 41026- Pavullo n/F. Mo
A cura di: Paolo Donini
Inaugurazione: domenica 9 marzo ore 11
Periodo: 9 marzo – 20 aprile 2008
Produzioni: Catalogo
testi in catalogo: Paolo Donini, Alberto Zanchetta
sabato 10/13 – 16 /19 domenica e festivi 11/13 – 15/19
L’allestimento a Palazzo Ducale presenta i cicli pittorici
Mamouchkas, Sisters, Enfants, e inoltre carte, oggetti dipinti
e “Studio d’artista”, un reportage fotografico
realizzato da Graziano Bartolini nello studio parigino di Buell
Con la mostra dedicata a Buell Palazzo Ducale ospita una figurazione pittorica che trasporta nell’attualità una sintesi della cultura visiva del secolo scorso. I precedenti immediatamente visibili di questo artista parigino, dalla biografia travagliata che attesta un inquieto vagabondaggio internazionale, sono da ricercarsi nella stagione espressionista che nella prima metà del ‘900 ha portato sulla tela le dimensioni angosciose e tormentate dell’interiorità, consegnandole poi ai prosecutori inoltratisi nel secolo fra cui spicca la sofferta opera di Bacon. Oggi, nel pieno predominio di un’immagine patinata e rassicurante, apparentemente sana e vitale, dell’uomo e della donna, i cicli pittorici di Buell, che affrontano i temi dolorosi dell’anoressia, della giovinezza forzata dalle velleità estetiche, della donna in vendita, contraddicono con un coerente lessico pittorico di scarna potenza la metafora visiva attraverso cui il mercato globale “vende” qualsiasi cosa e soprattutto l’identità proiettiva di miliardi di persone.
Sia il visitatore abituale che i frequentatori occasionali di Palazzo Ducale non rimarranno indifferenti di fronte alle tele che Buell ha voluto dedicare a quel versante della realtà femminile che oggi è letteralmente predato dagli stili estetici dominanti e dalla mercificazione del corpo. Sono opere forti e talvolta quasi fastidiose, come la cruda dimensione che enunciano, capaci però di sviscerare tematiche cocenti che la società civile raramente affronta con la necessaria determinazione e che viceversa l’arte riesce a recuperare e a fare proprie, senza commento, restituendone la dura verità.
Le adolescenti anoressiche di Buell saccheggiate dalla magrezza e le sue donne volgarmente offerte in vendita lungo le strade schematiche dell’annientamento sono vittime e complici tragiche di un sistema che nasconde nella brillantezza apparente da messaggio pubblicitario, nella spensieratezza imposta, nella ricerca disperata di adeguamento a miti fasulli, terribili derive personali, storie di miseria e destini di follia.
Una mostra interlocutoria, che solo un artista maturo e dirompente poteva permettersi di realizzare, riuscendo a centrare il difficile equilibrio tra provocazione e gratuità, tra esibizione del “brutto” e dello “sconveniente” e compartecipazione umana.
La mostra, che Palazzo Ducale ha co-prodotto con le Galleria L’Ariete di Bologna e Allegretti Contemporanea di Torino è arricchita da carte inedite, da oggetti dipinti dall’artista e da uno straordinario reportage che il fotografo Graziano Bartolini ha realizzato a Parigi, scattando direttamente nello studio di Buell: un’occasione rara di vedere l’artista al lavoro, di comprendere tramite le immagini del suo agire sulla tela il senso profondo e travolgente dell’atto creativo.
L’Assessore alle Attività Culturali
Fausto Gianelli
“… Nei miei ultimi lavori, tento di interrogare il ruolo della sensualità femminile nella società occidentale. In NoManLand, una teen-ager posa davanti ad un fondale senza profondità, una prospettiva che non porta in nessuna direzione. Essa sembra lontana, svuotata da ogni sostanza sensibile, indifferente a tutto salvo che alla propria immagine. Le Mamouchkas portano questa idea ancora più avanti, poiché i ritratti che compongono la serie sono ispirati da fotografie trovate su internet: quelle delle donne dell’est europeo che si propongono nei siti web matrimoniali specializzati. Per tentare di sfuggire alle difficoltà materiali o affettive della loro condizione, queste donne slave, di una naturale bellezza, accettano di farsi fotografare per comparire in un catalogo e, per « vendersi » meglio, tentano di riprodurre l’idea che hanno di « glamour » o dell’atteggiamento sexy occidentale. La mia interpretazione pittorica tenta di rivelare il carattere toccante di queste istantanee su ordinazione e di mettere in luce, al di là dell’aspetto, la bellezza tragica di questi corpi stigmatizzati. La serie delle Sisters propone una rappresentazione infantile ispirata in parte da alcune fotografie dell’artista tedesca Loretta Lux. Proposta come immagine unica o in trittico di figure, questa forma simboleggia il bisogno di giovinezza sempre più presente nelle donne. La bambina a cui esse vogliono assolutamente assomigliare, a costo di passare sotto i ferri del chirurgo, a costo di tradire la loro più intima natura, a costo di sfidare le regole fondamentali dell’organismo, per unirsi alla schiera delle donne-bambine, soldatini della moda dalla sensualità inibita, dal volto liscio e inespressivo, dalla posa omologata. Infine, alcune immagini di Enfants. Questa serie propone una visione originale dell’infanzia ridotta all’espressione di forme semplici e svuotate della materia sensibile, gusci vuoti di bambini rinsecchiti, anoressici, sospesi come palloni in paesaggi sterili con prospettive irreali. Bambini persi, assenti, indifferenti, bambini prigionieri, incarcerati in uniformi strette, membri forzati di un collegio, con il proprio nome ricamato sul revers. Immagini che evocano la dittatura della giovinezza secondo la quale la necessità di sembrare giovane autorizza di per sé a vivere socialmente."
Buell
Buell nasce nel 1963 a Parigi, Francia. Dopo studi d’arte in Francia, abbandonati nel 1985, viaggia senza sosta in tutto il mondo, fino al suo ritorno a Parigi nel 1996. Il carattere libero e intollerante, una difficile esperienza psichiatrica e la naturale inclinazione ad una pittura aggressiva, delineata da un segno incisivo, gli forniscono la cifra stilistica potente e seducente al contempo per la quale ha raggiunto notevole notorietà in Europa. Mostre personali recenti in Francia, Germania, Italia spesso dedicate a nuclei tematici forti in relazione all’uomo e alla donna della contemporaneità.
La sua ricerca pittorica propone una figurazione brutale e insieme raffinata. Il tratto è ridotto all’essenziale e gli elementi di contorno servono solo a renderlo ancora più incisivo. Gli interventi di colore o le forme reiterate sugli sfondi rappresentano un semplice maquillage apposto al fine di rafforzare il potere iconografico delle figure.
Il tema del martirio, al centro di molti suoi lavori, è il frutto di una ricerca che riflette sulla condizione umana e sul mistero del divino e della trascendenza. In questa ottica la rappresentazione del volto è in Buell fondamentale. Nelle sue opere il volto è sentito, con straordinaria intensità, come immagine riflessa di una complessa e sofferta interiorità. La sua ricerca implica anche un coinvolgimento fisico in cui una parte della coscienza si libera lasciando spazio a “incidenti”, mentre l’altra parte è orientata a dominare il virtuosismo, stabilendo un personale equilibrio creativo.
“… Buell ha dipinto la donna dal versante dell’assassinio. E uno degli indizi di questa sua operazione consiste nell’avere dipinto una donna senza più corpo. I suoi cicli dedicati a lei appartengono alla necessità di replica nei confronti del dilagante oggetto mediatico femminile, della sua componete tossica e devastatane, replica affidata all’unico strumento utile a ricostituire un discorso nel cuore stesso della violenza: la verità.
La verità aiuta a ristabilire il senso. E la verità della donna, dicono le opere di Buell, si trova oggi più che mai in contraddizione con la sua rappresentazione. Vi si trova letteralmente murata.
Ora, questo assunto non può essere condotto pittoricamente con strumenti formali e scelte estetiche “attuali”.
L’arte del resto non ha alcuna attualità: l’attualità, in tutta la sua estensione, appartiene al potere. L’arte ha solo la verità e se stessa. Così Buell ripristina un arsenale di segni che nulla hanno a che vedere con l’“attuale”. Il segno povero e dimagrato, l’assoluta parsimonia cromatica e l’improvvisa delicatezza soffusa del colore, nebuloso nel disegno contorto, coniugano in una aggregazione sporadica da scarabocchio infantile, la robustezza concisa del tratto di Egon Schiele – a cui Buell espressamente riconosce un’ascendenza – alla dilatazione livida e contusa di Bacon – a cui Buell appare immeditamente sodale in quanto a violenza e a disturbo della visione – ma sembrano poi accartocciare la prima e svuotare la seconda, nell’articolazione evacuata di una riduzione spettrale, in cui consiste la novità di questo neo-espressionista già sfuggito alla sua definizione: l’irrealtà del corpo.
Su questo tema Buell scarica una tensione parossistica, un turbamento autentico e compulsivo. I suoi segni sono mappe e tratti di carbone offuscato, sono tiranti tesi fra malcerti punti cardinali che tengono assieme una tremolante identità. La sua procedura segnica ricorda i reticoli imprecisi, eppure dettati a priori, che risultano da quei giochi di composizione dove si è chiamati a unire punti numerati che alla fine danno una figura: e lo spazio fra i tratti è il vuoto o la macula sfocata che trasforma la carne in spettro. Questa figura ricorda la gracile accumulazione estetico-oggettuale dell’Odradek kafkiano.
La donna di Buell è spinta fuori dalla realtà e il suo dolore è indecoroso e inconscio quanto la violenza che lo produce è triviale prima ancora che terribile. Si tratta di donne distrutte e ad un tempo dedite alla partita giocata sulla loro pelle a scopo di lucro e omologazione, laddove il tentativo identitario di queste figure si dirige maldestramente verso l’immagine che le nega ed esse si sporgono assurdamente verso di noi dal loro disastro, come bambine in attesa dei complimenti. La donna di Buell è già la bambola di stoppa della psiche che si aggira non alla ricerca di sé ma di un suo simulacro agghindato, in un labirinto di specchi.
Da quella immagine mortificante – sembra suggerire la pittura di Buell – la donna se ne è andata, abbandonando la bambola di se stessa.
In questa nuova dizione consiste lo sguardo assolutamente contemporaneo di Buell, affrancato dal precedente espressionista e, in una parola, nuovo: i suoi esseri sono drammaticamente vuoti, la loro vanità non è più tragica ma bieca e il loro martirio è irritante perché viziato.
Raccontare la donna nella sua attuale irrealtà è un gesto d’artista. Un gesto così adeguatamente scorretto e provocante da produrre una effrazione visiva nella divorante capacità di azzeramento del cliché. Buell lo commette alzando come il poeta una sola, puerile voce, priva di balaustre politicamente approvate e senza infingimenti retorici. Lo commette con strumenti volutamente anacronistici seppur intimamente rinnovati, inermi nel loro traumatizzato candore.
Paolo Donini, dal testo in catalogo

